C’è da fare la spesa, da portare il bambino a scuola, passare in tintoria per le camice del marito,andare alle poste per pagare le bollette; ti chiama tuo marito per ricordarti le camicie, rivai a prendere tuo figlio, e lo porti a lezione di tennis, torni a casa devi fare due lavatrici e poi la cena, il bambino che non mangia e fa i capricci, sparecchia metti tutto in lavastoviglie, chiedi un aiuto al marito ma proprio quella sera c’è la finale della sua squadra di calcio preferita e promette che per la domenica farà tutto lui, cucinare, lavare mettere il piccolo a letto etc… e tu dentro ribolli come una pentola a pressione. Quando finalmente in casa è tutto silenzio, tutti dormono, tu hai del tempo per pensare a te stessa e cominci a sentire strane sensazioni: ti passi la mano sul petto e senti come se qualcuno ti strizzasse i polmoni, una vertigine, un colpo di calore e le gambe che cedono, sicuramente è stanchezza, ma la cosa si ripete più e più volte nel corso della giornata. Ti chiedi tra te e te: Cosa può essere, perché mi sento così strana?
Il Dr. Psichiatra Nicola Mosti, una persona squisita e sempre disponibile; ci accoglie oggi nel suo studio di Bientina Pisa, con una serenità disarmante. Il Dr Mosti cercherà di rispondere un po’ a quelle domande che sfiorano la nostra mente ogni giorno ma che cerchiamo di scacciare, un po’ per paura un po’ perché non abbiamo tempo per pensare a quei “piccoli e banali sintomi ”.
Cosa sono gli Attacchi di Panico?
In parole povere, l’Attacco di Panico di per sé è un episodio di ansia acutissima ad insorgenza improvvisa, che raggiunge il picco di massima intensità sintomatologica nel giro di circa dieci minuti.
Cosa scatena gli Attacchi di Panico?
Purtroppo, l’Attacco di Panico è una di quelle molteplici manifestazioni mediche da causa prima ignota. Aldilà delle numerose ipotesi, nessuna delle quali è ad oggi pienamente esaustiva, ciò che tuttavia possiamo certamente notare consiste nell’aspetto della familiarità, data la frequenza con cui questo disturbo si presenta in diversi membri di uno stesso albero genealogico. Esisterebbe pertanto un fattore di trasmissibilità su base genetica – e quindi chimico-biologica – che giustifica almeno una predisposizione ereditaria al fenomeno.
Che l’Attacco di Panico abbia una genesi “chimica” sarebbe in effetti dimostrato attraverso la possibilità di indurre sperimentalmente Attacchi di Panico del tutto analoghi a quelli spontanei ad es. tramite l’inalazione di una miscela ricca di anidride carbonica, l’infusione endovenosa di acido lattico o la somministrazione di stimolanti come la caffeina.
L’Attacco di Panico sarebbe dunque un fenomeno a genesi interna, ovvero non necessariamente evocato da avvenimenti esterni, come confermato dal fatto che nel 50% dei casi gli attacchi insorgono durante il sonno profondo.
E’ ammessa tuttavia l’esistenza di Attacchi di Panico Situazionali, che insorgono nel contesto di situazioni ansiogene predisponenti.
Quali sono i sintomi dell’Attacco di Panico?
Breve ed intenso, l’attacco di panico si caratterizza per il rapido sviluppo di sintomi psichici (paura di morire, di impazzire, di perdere il controllo) e di almeno quattro tra i seguenti sintomi fisici (come ad es. senso di soffocamento, palpitazioni, sudorazione, dolore al petto o senso di oppressione toracica, vertigini, senso di instabilità o di sbandamento, di testa leggera, di svenimento, formicolii, nausea, vomito, diarrea, mal di testa, vampate di calore o brividi di freddo, tremori). E’ inoltre possibile la comparsa di derealizzazione, ovvero di un transitorio senso di estraneità per la realtà, come se il paziente si trovasse temporaneamente a vivere un sogno.
Esistono tuttavia Attacchi di Panico Paucisintomatici, ovvero con meno di quattro sintomi fisici, la cui intensità può d’altro canto essere tale da recare un disagio paragonabile a quello dell’attacco di panico vero e proprio.
In realtà, l’Attacco di Panico di per sé, che è molto frequente anche nella popolazione generale sana, non configura il più complesso Disturbo di Panico, la cui diagnosi richiede piuttosto la ricorrenza degli episodi, lo sviluppo di ansia anticipatoria (ovvero la paura di avere un altro attacco), la presenza di preoccupazione circa le implicazioni o le conseguenze dell’attacco, la comparsa di alterazioni del comportamento correlate agli attacchi.
Il Disturbo di Panico si può curare da soli?
Trattandosi di un fenomeno ad insorgenza spontanea, che implica il coinvolgimento della sfera emotivo-irrazionale e che coinvolge le funzioni neurovegetative involontarie (battito cardiaco, pressione arteriosa, sudorazione, movimento degli intestini, etc…), è praticamente impossibile che un paziente possa controllare da solo tali manifestazioni ad es. con l’autosuggestione.
Se vi è autosuggestione, semmai questa assume più spesso una valenza negativa, nel senso che l’intervento cosciente del paziente tende ad alimentare la preoccupazione ed a peggiorare il fenomeno.
L’unica prerogativa “psicologica” di cui possa realmente beneficiare il paziente consiste nel fatto che, al di fuori dell’attacco, egli abbia l’opportunità di razionalizzare il disagio, cercando di comprenderne la natura, di riconoscerne i sintomi per non farsi cogliere impreparato e ricordarsi che, “se di attacco di panico si tratta, di attacco di panico non si muore”.
Tuttavia, il problema che caratteristicamente si pone con questo approccio “razionale” è che durante l’attacco il paziente, anche se opportunamente istruito, arriva comunque a mettere in dubbio che si tratti di “panico”. Di fatto, circa un 20% dei pazienti con Disturbo di Panico conclamato giunge a sviluppare una polarizzazione ipocondriaca poco suscettibile alla rassicurazione medica.
In effetti, tutto questo può accadere perché il Disturbo di Panico rappresenta un autentico“mimo” della medicina. Esso può infatti simulare patologie cardiovascolari, respiratorie, neurologiche, gastrointestinali o di pertinenza otorinolaringoiatrica.
Per questa stessa ragione il ritardo diagnostico del Disturbo di Panico è spesso assai notevole – anche anni – perché capita che i pazienti giungano all’attenzione dello psichiatra dopo aver consultato cardiologo, pneumologo, neurologo, gastroenterologo, otorinolaringoiatra, dietologo-nutrizionista, naturopata, omeopata, fiorista (di Bach) e – mi è personalmente capitato – addirittura pure dopo l’esorcista. Tanto vale un bel panino al prosciutto dal pizzicagnolo dell’angolo, che almeno allieta l’animo.
Psichiatra e/o psicoterapeuta. Che differenze ci sono e che cosa consigli?
Il primo è un professionista della salute che, dopo la laurea in medicina e chirurgia, ha effettuato una specializzazione in psichiatria, l’unica che può assicurare un’adeguata preparazione rispetto all’approccio psicofarmacologico dei disturbi nervosi.
Il secondo invece è un medico laureato od uno psicologo che abbiano effettuato una specializzazione in psicoterapia, della quale esistono numerose correnti ed orientamenti, la cui molteplicità rende impossibile la trattazione in questa sede.
Ad ogni modo, la scelta di rivolgersi allo psicologo dipende molto da una specifica richiesta del paziente, dalle sue necessità personali e dalle sue aspettative soggettive, nonché dal rapporto tutto individuale che il bravo terapeuta riuscirà ad instaurare con il proprio interlocutore, fatto questo che è sicuramente meno importante nel caso dello psichiatra “farmacologo”.
Lo psicoterapeuta può sostenere il paziente nel percorso di presa di coscienza del disturbo ed a fornire tutti quegli strumenti utili ad affrontarne le implicazioni intercritiche.
Si deve tuttavia dire che, per quanto “personalizzato” e ben effettuato, un trattamento psicoterapico difficilmente riuscirà a neutralizzare la ricorrenza dei sintomi critici senza l’ausilio dei farmaci. In ogni caso, nulla vieta l’effettuazione di un trattamento farmacologico e psicoterapico integrati.
Trascurarli cosa comporta?
Beh, sicuramente un’importante scadimento della qualità di vita.
Alcuni pazienti ad es., se non hanno da subito la fortuna di incorrere nel medico che riconosce la patologia, si riducono a pellegrinare fra i vari specialisti, molti dei quali purtroppo ancora oggi non sono capaci di individuare correttamente la natura del disturbo. Questi sciagurati “casi umani” vengono allora condannati ad eseguire una molteplicità di esami diagnostici inutili od anche invasivi, all’assunzione di terapie come minimo inappropriate se non dannose. Fra l’altro, ricevere diagnosi diverse e contrastanti, specie nel paziente che rifiuta lo stigma della malattia “psichiatrica” e che più spesso corrisponde proprio al tipo ansioso, tenderà a confermare questo atteggiamento di rifiuto ed a protrarre ulteriormente l’inizio di cure realmente efficaci.
Inoltre, il paziente non curato, a causa dell’ansia anticipatoria, ovvero della paura di sviluppare altri attacchi, tende a sviluppare importanti complicazioni come ad es. le condotte di evitamento agorafobico. Progressive e invalidanti, queste consistono nel disagio intenso che esperisce il paziente ad affrontare tutte quelle attività, quelle situazioni, quei luoghi nei quali egli teme di essere vittima di un attacco e di aver difficoltà a ricevere soccorso in caso di malore, disagio che alla fine può esitare nell’evitamento assoluto. Ora, poiché tra le situazioni più frequentemente temute ed evitate abbiamo in realtà comunissimi atti della quotidianità tipo recarsi al supermercato, guidare l’automobile e simili, la difficoltà o l’impossibilità di affrontarle reca gravissimo danno alla serenità, alla libertà dell’individuo ed alla sua realizzazione personale.
Col tempo, fra l’altro, l’agorafobia tende a cristallizzarsi, a consolidarsi in una morsa che incarcera l’individuo alle sue abitudini residue e che diviene sempre più difficile da demolire, una gabbia sempre più solida e tenace che alla fine, anche farmacologicamente, è quasi impossibile da abbattere.
Oggi perché sono così diffusi?
In realtà crediamo che il Disturbo di Panico fosse altrettanto diffuso anche in passato.
È ragionevole supporre che le presunte differenze epidemiologiche siano per lo più attribuibili alle mancate diagnosi, un tempo assai frequenti, specie in ambito rurale.
Tra l’altro, dobbiamo ricordare che un tempo la diagnosi di Disturbo di Panico neanche esisteva e che i pazienti con attacchi di panico erano ricompresi nel più ampio insieme dei pazienti con nevrosi fobico-ossessive, fatto che rende non del tutto confrontabili i dati del passato con quelli odierni. Si tratterebbe dunque di un problema di “aggiornamento” delle diagnosi mediche più che di una reale differenza in termini di frequenza del disturbo.
Se proprio vogliamo individuare e sostenere l’esistenza di una discrepanza epidemiologica, si può pure ipotizzare che essa possa essere attribuita ad uno stile di vita meno salubre, in particolare alla drastica riduzione del numero di ore di sonno, spesso associata all’abuso di stimolanti legali (the, caffè, bevande energizzanti, nicotina), meno spesso di sostanze psicotrope illegali (cannabinoidi, cocaina, amfetamine) che talora condizionano l’insorgenza del primo attacco, specie nei soggetti predisposti, aspetti che in qualche modo potrebbero effettivamente contribuire al diffondersi del fenomeno.
Si può guarire?
Certo che si può guarire. In psichiatria la guarigione si chiama “remissione completa” perché i disturbi nervosi non sono assimilabili ad un’intossicazione o ad una polmonite.
Dopo una cura appropriata, assunta a dosaggi adeguati, per un periodo di tempo che normalmente varia tra i sei e gli otto mesi, si deve effettuare una dismissione graduale ma completa della terapia farmacologica.
Il paziente in remissione clinica rimarrebbe poi in periodica osservazione tramite un semplice controllo da effettuarsi con cadenza stagionale per almeno un anno.
Tuttavia, esistono soggetti meno fortunati i quali, per il persistere di sintomi residui o di una forte disposizione “costituzionale” al disturbo, tendono ad avere ricadute alla sospensione delle cure. Questa impronta genetica – si sa – non può certamente cambiare con l’approccio farmacologico né tanto meno con quello psicoterapico, per cui tali pazienti necessitano di periodi più lunghi di terapia. Nei casi più complicati, infine, nulla vieta un trattamento farmacologico a tempo indeterminato che, grazie ai nuovi prodotti oggi a disposizione, sarà gravato da effetti collaterali minimi o nulli. D’altro canto, anche in questa evenienza ad evoluzione prognostica meno “benevola”, il paziente non dovrà mai sentirsi “schiavo del farmaco”, perché si tratta di un errore concettuale: una cura appropriata, infatti, non darà mai alcun tipo di dipendenza, perché l’unico vincolo semmai è rappresentato dalla malattia nervosa e se proprio vogliamo prendercela con qualcuno, allora facciamolo con la Natura che ce l’ha imposta! Dovremmo invece esser grati al farmaco, perché, pur con tutti i suoi limiti di efficacia e tollerabilità, in ogni caso interviene con l’unico obiettivo di migliorare quella qualità di vita che, in sua assenza, sarebbe presumibilmente assai più compromessa.
Servono per forza farmaci ?
No. Per l’attacco di panico in sé io sconsiglio quasi sempre farmaci. Specialmente farmaci “al bisogno” come gli ansiolitici, anche se presi all’inizio dell’attacco. Non ha senso infatti somministrare un farmaco che agisce in circa un ora per contrastare sintomi che nell’arco di dieci minuti si risolvono da soli. Un simile utilizzo, infatti, oltre a non curare il “panico”, espone al rischio di sviluppare dipendenza da ansiolitici, vera e propria malattia che è assai più impegnativa del disturbo che si vorrebbe trattare.
In effetti, se un paziente ha avuto attacchi di panico sporadici e questi non si sono mai associati allo sviluppo di sintomi intercettatitici come di ansia anticipatoria o di complicanze quali agorafobia od ipocondria, ovvero nel caso in cui questi attacchi isolati non abbiano avuto alcuna dimostrabile conseguenza sullo stato psichico ed emotivo del paziente, somministrare una cura per trattare qualcosa che non c’è sarebbe un autentico controsenso… un classico esempio di interventismo medico!
Quando invece si è di fronte al Disturbo di Panico conclamato, la cui presenza è sottolineata da un disagio affettivo che il clinico con esperienza nella cura della malattia può agevolmente individuare, evitare il trattamento farmacologico od anche semplicemente ritardarne l’inizio, espone il paziente ad una inutile sofferenza ed incrementa il rischio di sviluppare le relative complicanze, le quali, affrontate tardivamente, saranno inevitabilmente più difficili da estirpare.
Cosa consiglia a chi ne soffre e li nasconde per vergogna?
Sulla carta è un suggerimento facilissimo. Tanto banale da essere in pratica molto difficile: fatevi visitare e dello stigma sociale infischiatevene!
In alternativa potete farvi aiutare da familiari ed amici intimi, preferibilmente da soggetti che, avuta personale esperienza col disturbo, abbiano da subito optato per trattamenti razionali piuttosto che per inutili e dannose trafile “alternative”. Tra l’altro, parlandone con i vostri più stretti confidenti, scoprirete che voi non siete affatto l’unica vittima della “sfiga” e che questa patologia è oltre modo diffusa. Vi assicuro che già da questo trarrete un indicibile sollievo.
Per quella che è la mia personale esperienza, persone “insospettabili” si incontrano e si salutano nella sala d’attesa del mio studio e finalmente hanno la possibilità di parlare con qualcuno del loro cruccio. Solo il fatto di vedere quante persone, peraltro assolutamente “normali”, soffrono di disturbi d’ansia, è spesso motivo di profondo conforto.
Irene Paumgardhen
Scritto il 13.07.2012 in Salute