“Damiano Tullio nasce a Roma nel 1979 e dopo un percorso formativo complesso e variegato, caratterizzato da uno stretto rapporto con la natura e le tradizioni popolari, sceglie di approfondire i suoi studi e laurearsi in Discipline demo-etnoantropologiche. Parallelamente inizia ad interessarsi all’arte ed utilizza da subito un repertorio simbolico a lui molto caro ,tratto dallo studio dell’arte primitiva, caricandolo di nuovi significati molto personali e moderni. “
Così recita la biografia ufficiale sul sito web del giovane artista romano. E’ l’esempio vivente che l’arte è di tutti e che non bisogna avere un particolare background tecnico per fare dell’arte.
In un primo momento Damiano Tullio lavora con materiali trovati provenienti dal quotidiano e negli ultimi anni è passato ad un linguaggio più spirituale. Ma lasciamo che sia lui a raccontarci la sua esperienza.
La domanda che ti avranno fatto di più è come si passa dallo studio delle discipline demo-etnoantropologiche al fare arte. Eri già interessato prima o è scattato qualcosa in te successivamente questi studi ?
Arte e antropologia sono discipline congenite nel mio dna, che ho coltivato e approfondito sin dall’adolescenza e che lentamente sono diventate il mio vero lavoro. Inizialmente il mio essere artista era molto distante dalla mia identità di antropologo, le mie opere erano soprattutto introspettive e non riguardavano assolutamente le tematiche antropologiche. Poi qualcosa è cambiato circa dieci anni fa ho dato il mio primo esame in antropologia visiva (materia in cui mi sono laureato circa quattro anni dopo) ed ho iniziato ad apprezzare l’approccio antropologico legato alle arti visive, ad esempio la valorizzazione e la catalogazione museale di opere d’arte “primitive” o “etnografiche”. Da quel momento ho iniziato uno studio sistematico in ambito artistico e antropologico sull’arte Haida (pittura e soprattutto scultura di una società nativa della costa nord pacifica del Canada), un percorso che passo dopo passo mi ha portato allo studio e alla realizzazione di opere riguardanti il rapporto fra uomo e natura, uno degli archetipi essenziali dell’indagine antropologica.
Nelle tue opere possiamo ritrovare degli elementi che vengono dalla sfera del quotidiano, che valore simbolico gli dai, perdono la loro natura e funzione ?
All’interno delle mie opere ci sono moltissimi elementi materici che si rifanno proprio al discorso precedente, amo moltissimo il concetto di “ecomuseo” tali strutture nascono per lo studio, la valorizzazione e la conservazione di forme di vita tradizionale in base al loro divenire storico, in essi sono conservati gli strumenti e i saperi delle società rurali. A mio avviso hanno un valore importantissimo soprattutto nei diversi ambiti territoriali in cui esistono peculiari forme di folklore e coltura, sono la memoria storica del mondo rurale delle diverse aree geografiche italiane. Soffro di una forma di feticismo molto forte nei confronti di questi attrezzi e oggetti legati al mondo contadino, utilizzando questi elementi do vita a delle OPERE_TESTO, dei veri e propri soggetti etnografici in cui racconto delle storie di vite ed epopee umane. Credo che in questi elementi combinati esista un fortissimo valore simbolico dove il mondo pratico e profano dell’agricoltura e della pastorizia si mescola con una lettura superstiziosa e devozionale del mondo.
Ho notato che dare un titoto alle tue opere per te è importante, lo fai per proporre una chiave di lettura al fruitore ?
I miei lavori hanno sicuramente bisogno di un piccolo accenno didascalico che possa suggerire al fruitore l’essenza del lavoro che si trova davanti. E’ proprio nello studio concettuale della realizzazione dell’opera che ha senso il mio lavoro, direi che l’oggetto estetico vero e proprio è al dilà di ciò che si vede, l’arte è nello studio approfondito di un tema, e la modalità tecnica di trasposizione non è che lo step finale. Ecco perché credo molto nell’importanza del titolo e nelle relative schede esplicative, sono esse a dare il valore assoluto della ricerca concettuale che l’artista non svolge con gli attrezzi del mestiere, ma mettendo il naso tra i libri. Attualmente sono impegnato in un progetto di land art che ho realizzato su una montagna in Irlanda, lavori di questo tipo hanno assolutamente bisogno di una didascalia dettagliata per essere compresi.
La storia dell’arte è ricca di grandi uomini, ad un primo sguardo alle tue opere ( per esempio la serie “Emigranti”) potremmo pensare che tu ti sia ispirato ai Picasso e Braque del collage/assemblage: è sbagliato ? Vorrei che tu ci raccontassi il tuo rapporto con i grandi maestri del ’900 e se ce n’è uno in particolare che ti ha dato qualcosa di più.
Apprezzo moltissimo Picasso e Braque. La serie “emigranti” nasce essenzialmente con l’idea di raccontare una storia e tecnicamente il collage è un pretesto per dare libero sfogo al mio horror vacui, il mio desiderio di riempire con nozioni, aneddoti e simboli la storia di questi EROI del nostri passato. Ci sono davvero moltissime fonti da cui traggo costanti spunti, in passato ho avuto un breve smarrimento nel mondo del pop, amavo moltissimo le opere di Tinguely ed il suo modo di combinare gli elementi, secondo il mio percorso e la visione attuale che ho dell’arte contemporanea credo che i contributi più interessanti degli ultimi 50 anni siano il lavoro di Giuseppe Penone , Giovanni Anselmo e Jannis Kounellis.
Di Arianna Cacciotti
Scritto il 24.09.2010 in Interviste